“Non vado in vacanza”: ritratto di un viaggiatore

“Che bella vita che fai, stai sempre in giro”

Credo che nel sentire comune esistano dei pregiudizi nei confronti delle persone che viaggiano, specie se queste lo fanno per lungo tempo e soprattutto se questa abitudine pian piano si evolve in uno stile di vita. “Quando inizi a viaggiare non vuoi più fermarti, diventa come una droga”: alla base di molti cliché nei confronti dei viaggiatori c’è soprattutto il fatto che lo facciano come divertimento. Certo, perchè girare il mondo piace, se no chi ce lo farebbe fare? Ma la dicotomia che sta alla base di questo ragionamento è in realtà quella vacanza-lavoro. Chi viaggia lo fa perchè se lo può permettere, magari è uno che non vuole rinunciare a divertirsi e trova ogni occasione buona per fare la valigia e partire. E staccare dal lavoro, godersi la vita.

“Beata te, sei sempre in vacanza”

Ora, quando sono in giro non mi piace che passi il concetto che io sia in vacanza: non perchè abbia bisogno di preservare un’immagine di persona rispettibile, impegnata e dedita ad un’occupazione “seria” (che sia lavorativa o di studio, ma credetemi che anche viaggiare è cosa serissima). Ma perchè non mi rispecchio nell’ottica che vede il viaggio necessariamente come vacanza, breve parentesi dalla vita (per definizione) stressante di tutti i giorni, e da una routine che richiede la società, perchè se no, si sa, a questo mondo altrimenti non si va avanti. Perchè in questo quadro i viaggiatori vengono dipinti come persone irresponsabili, che vogliono a tutti costi evadere da una realtà deludente, non abbastanza entusiasmante per loro, e partire magari per mete lontane dimenticando le insoddisfazioni della vita comune.

1) esistono diversi modi di viaggiare e tutti coloro che si “mettono in strada” lo fanno a modo proprio: l’approccio turistico non è l’unico e il solo, bensì c’è anche chi riesce a mantenersi proprio viaggiando (come ad esempio i nomadi digitali) o chi ha trovato un equilibrio tra vita lavorativa e viaggi per il mondo. Ho conosciuto una ex-dipendente della BBC, che mi ha raccontato di come negli ultimi anni, dopo la rinuncia ad un salto di carriera nella sua vecchia azienda, che l’avrebbe costretta a sacrificare enormemente la sua vita sociale, aveva trovato modo di impegnarsi per lavori stagionali nove mesi l’anno e viaggiava col suo compagno per gli altri tre.

Chi viaggia così a lungo non è nato “diverso”, con un particolare gene per l’avventura o una capacità di coniugare lavoro e divertimento che ai più non è data. Nemmeno è un benedetto del cielo per la “fortuna” che ha di poter viaggiare. Perchè a molti pare piaccia viaggiare e vorrebbero poterlo fare il più possibile. E’ qualcosa che si augurano per un futuro lontano… eppure tendono a vedere il viaggio pur sempre in un’ottica vacanziera, ergo un extra, qualcosa in cui investire solo con le dovute risorse (economiche per intenderci) e la dovuta sicurezza alle spalle.

E’difficile sbilanciarsi a partire quando le cose non vanno, perchè  la percezione comune non lo identifica come un’azione che giova alla nostra regolare vita in società. Quindi si resta, si lavora e ci si concedono le vacanze. Ora non credo nel fatto che ognuno di voi lettori debba prendersi su e andare da qualche parte appena può e che tutti debbano viaggiare in vita loro. Vorrei semplicemente che riflettiate su quanto ogni modello di vita sia relativo, anche quello lavoro-vacanza.

Uno dei maggiori rimpianti delle persone in fin di vita è quello di aver lavorato troppo, altre arrivano al loro capezzale insoddisfatte di quanto non abbiano potuto fare, soprattutto di quanto non abbiano avuto il coraggio di concedersi. Forse l’unica cosa che possiamo davvero ringraziare per il fatto di riuscire a dare alla nostra vita una piega che ci soddisfi sono l’ambiente in cui siamo cresciuti e il nostro carattere. Entrambi giocano un grosso ruolo sulla nostra crescita, e, se non per il primo, per il secondo da adulti siamo se non altro in grado di decidere come porci nei confronti del mondo. Salvo circostanze non governabili, su cui non abbiamo alcun potere, i tracciatori del nostro cammino restiamo, in fondo, solo noi stessi.

2) i viaggiatori non sono persone straordinarie: nessuno che parta in viaggio è un superuomo, così come non lo è nessun essere umano su questa terra. E’ vero che siamo persone diverse, ma nessuno nasce per l’avventura o è coraggioso per natura. Siamo tutti fatti della stessa pasta, sono le nostre esperienze che ci plasmano e le nostre scelte che ci contraddistinguono.

Se poi per dedicarsi a viaggiare uno dovesse abbandonare un posto di lavoro fisso, allora lì si scatenerebbe il putiferio. La mentalità italiana è molto legata al lavoro: un’occupazione porta reddito, che garantisce stabilità e l’opportunità di crearsi una famiglia, che ci permette di vivere serenamente la nostra vecchiaia con la sicurezza del non ritrovarci soli. Nessuno vorrebbe finire solo e senza un soldo, specie ad una certa età, ma cerchiamo di scavare più a fondo in questo modo di pensare.

La gente ha la tendenza a credere che chi fa scelte di vita che mettono in prima linea la prospettiva di viaggiare (specie a lungo termine) siano o riccastri che se lo possono permettere oppure poveracci ingrati per la condizione in cui si trovano a vivere. Il viaggio è visto come un bene di lusso, qualcosa che esula da ciò di cui un individio ha realmente bisogno, un capriccio ecco. Io la penso in modo diverso.

Un viaggiatore conosce il valore del proprio tempo. Sa che quello trascorso non si recupera e si impegna, egoisticamente, nel proprio interesse, ad investire quello che gli rimane per fare qualcosa che lo faccia stare bene. Più di ogni altra cosa, è determinato a trovare o crearsi i mezzi per riuscire nel suo intento. Non tutti sono pronti a mettersi nella condizione di dover partire, magari cercando lavoro all’estero o orientandosi verso una professione che permetta loro di essere flessibili e svincolati da un posto fisso.

La chiave che spinge le persone a viaggiare è l’aver provato a superare il limite della propria zona di comfort, l’esserci riusciti e l’aver partecipato ai vantaggi che questa condizione porta. Non illudetevi che mettersi uno zaino in spalla o fare spesso la valigia sia una passeggiata: il peso del distacco e la necessità di adattamento dopo la partenza sono fattori che accompagnano sempre chi sceglie di partire. Ma ci sono aspetti che la rendono un’alternativa stimolante rispetto ad uno stile di vita “inquadrato” nell’idea che si debba vivere  lavorando con le dovute pause vacanza. Non metto in dubbio che il viaggio, come la vacanza, sia un mondo altro, uno stacco dalla routine: chiunque viaggia lo fa per esplorare o per esularsi da un’altra realtà. Quella che chiamo in causa è una questione di etichette, che fa tutto un fascio di coloro che in un modo o nell’altro lasciano un porto sicuro.

L’essere riusciti a partire una volta e così a superare non solo noi stessi e le nostre paure, ma anche e soprattutto i luoghi comuni e le paure proiettateci addosso dagli altri, ci rende più determinati a portare avanti scelte indipendenti. Proprio queste, a volte, come nel viaggiare più spesso o diversamente da un normale turista, o per meglio dire concedendosi di più di quella che si giudica come una normale vacanza, rappresentano un sentiero discusso perchè meno battuto.

Autore: Fiorella

Poliglotta e viaggiatrice improvvisata. Ho vissuto in Germania, Cina e Costa Rica. In questo blog racconto della mia vita a contatto con la cultura dei paesi in cui vivo, delle mie riflessioni ed avventure quotidiane e delle mie esperienze di viaggi. Attualmente in: Nicaragua

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