Le abitudini che ho ereditato dalla Cina

Ormai la conoscerete anche voi, forse almeno per sentito dire, la fola del: “Quando si va in un nuovo paese, si devono prendere nuove abitudini”. Sapete però quanto è comune che, anche dopo il ritorno in patria o un nuovo cambio di ambiente, le abitudini acquisite rimangano? Se non tutte, perché no, alcune.

Vi scrivo dalla Cina, il ritorno in Italia per me si prospetta tra un mese e mezzo. Ma quelli di cui vi parlo sono ormai modi di vedere e di agire, che hanno scolpito la mia vita quotidiana in questo paese e che so per certo non possano funzionare a lungo in una realtà come quella italiana. Salvo con conseguenze tipo il farmi investire appena mi troverò a dover attraversare una strada minimamente trafficata (vedi punto 4).

IMG_29101) Vedere la domenica come un qualsiasi giorno della settimana. In Cina non cambia nulla: la domenica vado a far la spesa, prendo l’autobus e così via, perché la stragrande maggioranza della gente qui lavora sette giorni su sette. A questo si aggiunge il fatto che è un anno che non vedo in giro l’ombra di un crocifisso o di una pala d’altare, a ricordarmi che c’è chi questo giorno lo santifica. In compenso ho visto un sacco di Buddah, con stazze e ghigni diversi, che tuttavia non so bene dove collocare nell’olimpo (si fa per dire) del Buddismo. Da quanto ne so non c’è la celebrazione eucaristica per i credenti buddhisti la domenica.

2) Contare i piani dei palazzi partendo da uno. Perché? In Cina il piano zero ha presumibilmente un significato poco auspicabile, quindi si considera il pianterreno come primo piano. Così finisce che io dico di abitare al sesto piano, anche se per raggiungerlo faccio solo cinque piani di scale (vi ricordate l’ascensore? Non è ancora pronto, dubitiamo addirittura di poterlo usare per trasportare le valigie quando ce ne andremo).

3) Farsi sentire quando c’è da ordinare al ristorante. E’ rito che a tavola si parli a volume piuttosto alto (sensibilmente più alto di quanto siamo già abituati a fare noi italiani), ragion per cui la gente, per attirare l’attenzione, di regola urla in direzione dei camerieri. Ora io non sono particolarmente rumorosa, ma in casi estremi diventa quasi una questione di sopravvivenza: alle volte, la coda di gente che aspetta per un posto a tavola o per ordinare è talmente pressante, che si ha solo il tempo di un brevissimo scambio di battute col cameriere. Che include generalmente due monosillabi: 点菜diǎncài (ordinare), 加菜jiācài (aggiungere qualcosa all’ordinazione), 买单mǎidān (pagare il conto). Il resto è superfluo e non sono solo le condizioni del momento a dettarlo, ma la lingua cinese stessa, capace di riassumere concetti densi di significato in bisillabi. Già mi ci vedo, al ritorno, a sbraitare come un venditore di padelle per una pizza al ristorante.

4) Farsi scudo dei passanti attraversando la strada. Con la marea di gente che c’è in giro ovunque nelle grandi città, la cosa non risulta poi così difficile. Le condizioni di traffico sono qui però anche molto diverse da come le conosce chi non è mai stato in Asia: ergo, non solo decisamente più selvagge, ma diciamo pure senza regole. Di conseguenza sono diventata una maestra dello sgarro nell’attraversare la strada col rosso e con tanto di macchine in arrivo, rassicurata dal fatto che non sono quasi mai da sola a prendere l’iniziativa (mamma se stai leggendo non ti preoccupare che vedo di tornare a casa intera). In mancanza di cotanta moltitudine di gente, ma ovviamente già di per sé, intraprendere azioni del genere in Italia o in un qualunque paese dove si veda applicare un codice della strada, può rivelarsi decisamente un atto kamikaze.

5) Fare spallucce quando si tratta di poter superare in coda. Ho sviluppato un istinto di sopravvivenza per mantenere la posizione in fila, dove, se non scavalco per forza la gente, almeno evito di farmi superare a mia volta. E’ un atteggiamento comune, dalla coda al supermercato a quella all’aeroporto: la gente non si attiene più alla regola d’oro del “chi prima arriva meglio alloggia”. Quindi ho deciso anche io di farmi meno problemi a riguardo e, per dirla con un detto cinese, “quando sono a Roma, faccio come i romani”.

6) Mangiare con le bacchette. La conseguenza inevitabile dell’aver tanto sudato per imparare a maneggiare questi dannati stecchini, è che ora faccio proprio fatica a farne a meno. Li trovo addirittura più comodi di coltello e forchetta, specie quando si tratta di dare l’assalto a certe pietanze, come il pesce o gli spaghetti.

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7) Gettare la carta igienica a lato del gabinetto. Mica per terra, cosa credete? 😉 In Cina c’è sempre un secchiello o comunque un pattume a lato del water, dove all’utente di turno si palesa il poco consono spettacolo di coloro che hanno usufruito della toilette prima di lei/lui. In città del calibro di Pechino è una misura d’obbligo per evitare lì intasamento delle tubature di scarico e delle fognature.

8) Contrattare per un prezzo più basso: non è tanto per voler cercare di risparmiare a tutti i costi, quanto piuttosto per l’idea insita che qualsiasi prezzo venga fatto ai clienti stranieri sia in realtà una fregatura per spillare soldi. Una risposta quasi automatica ai tentativi, tutt’altro che rari da parte cinese, di vendere roba a prezzo più caro ai foreigners.

9) Fotografare il cibo prima di mangiarlo: è pessimo, lo so, ed è proprio una cosa che fanno tipicamente i cinesi. Il colmo è stato quando una volta, a tavola con amiche cinesi, mi sono trovata a cercare qualcosa telefono alla mano, per accorgermi che le foto di quello che stavamo mangiando erano già belle e postate su Wechat da almeno una di loro! La mia non è una mania di condivisione, piuttosto una abitudine ogni volta che mangio cose inusuali o che hanno anche solo un aspetto interessante (in Cina è spesso il caso).

E voi? Avete ereditato abitudini particolari dopo i vostri viaggi all’estero?

Autore: Fiorella

Poliglotta e viaggiatrice improvvisata. Ho vissuto in Germania, Cina e Costa Rica. In questo blog racconto della mia vita a contatto con la cultura dei paesi in cui vivo, delle mie riflessioni ed avventure quotidiane e delle mie esperienze di viaggi. Attualmente in: Nicaragua

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